Vita di S. Carlo

 

S. Carlo nacque ad Arona il 2 ottobre 1538 da Gilberto Borromeo e da Margherita Medici, che già avevano altri due figli: Federico ed Elisabetta, cui seguirono altre sorelle, essendo il padre passato in seconde e terze nozze.

Fin da piccolo dimostrò una spiccata forza di volontà ed una spiccata intelligenza pratica, che manifestò ancora giovanissimo alla morte del padre (1558 a 47 anni), quando si trovò nella necessità di amministrare i beni familiari e di provvedere alla sistemazione delle numerose sorelle, che per merito suo si uniranno in matrimonio con esponenti di casate famose. Questa esperienza amministrativa aveva le sue radici in una solida formazione culturale, iniziatasi a Pavia nel 1552, interrottasi per le vicende familiari sopra accennate e conclusasi nel 1559 nella stessa città, quando ricevette le insegne di dottore. Purtroppo S. Carlo dovette fare sempre i conti non solo con un handicap, che non riuscì a debellare del tutto ( un difetto di pronuncia, che lo faceva balbettare), ma anche con una predisposizione a tosse e bronchite, contratta inizialmente tra le nebbie di Pavia, che non lo abbandonerà per tutta la vita.

Nonostante ciò, la carriera di S. Carlo apparve subito facile e brillante: apparteneva ad una casata di antico lignaggio; godeva della fiducia dello zio Papa Pio IV, che gli affidò numerosi incarichi civili ed amministrativi; poté coltivare a Roma, grazie alle numerose conoscenze, una vita mondana brillante, che non solo gli permise di dedicarsi alla caccia, ai giochi, alla musica, ai ricevimenti, ma anche di circondarsi di gente importante e sapiente, con cui nel 1562 fonderà l’Accademia delle Notti Vaticane, dapprima come associazione mondana a contenuto letterario, poi a contenuto religioso. Tuttavia durante lo spensierato soggiorno romano avvenne un fatto, che sconvolse e mutò radicalmente la vita di S. Carlo: la morte a 27 anni del fratello Federico nel 1562, del quale ereditò beni e prerogative. Sebbene avesse tutte le opportunità per diventare l’unico erede dell’ingente patrimonio e per dare un futuro alla sua nobile casata, S. Carlo decise di farsi prete: la consacrazione gli venne conferita il 17 luglio 1563; il 7 dicembre 1563 fu consacrato vescovo e il 12 maggio 1564 divenne arcivescovo di Milano, di cui prese possesso ufficialmente il 23 settembre 1565, alla conclusione della seconda fase del Concilio di Trento, di cui fu uno zelante protagonista.  La guida della Chiesa ambrosiana era così nelle mani di un giovane di appena 27 anni, i cui inizi della vita pastorale non furono facili per diversi motivi, fra cui principalmente le condizioni della Chiesa di Milano, dove “da decenni l’arcivescovo non risiedeva stabilmente, sulla gente ricadeva l’incuria dei pastori, dediti più alle atiività mondane che alla causa cristiana, mentre la trascuratezza dell’istruzione religiosa ed il forte tasso di ignoranza rendevano facile la strada alle deviazioni ed alle superstizioni sia per il clero che per i fedeli. Questo spiega perché Carlo Borromeo, giungendo nel 1565 a Milano, come in una vigna incolta, trovò ogni cosa totalmente soffocata da spine e da rovi, che gli parve bene non risparmiare fatiche, tolleranza e condiscendenza per sradicare il male: da qui una certa durezza nel compiere i primi atti su un terreno e tra persone, non solo disabituate, ma che opponevano forti resistenze”.

Non si deve però dimenticare che anche sul piano politico la situazione era tale da rendere faticoso l’avvio pastorale riformatore del giovane arcivescovo. Milano infatti era sotto il dominio del re di Spagna, che l’amministrava servendosi di un governatore, affiancato da un senato, composto da uomini della nobiltà milanese, mal disposti ad accettare lo spirito di riforma ed il ripristino da parte dell’autorità religiosa di antichi diritti, andati in disuso per l’assenza dei titolari, quali il possesso di guardie armate e la ricostituzione del tribunale ecclesiastico, non che la sottomissione dell’autorità civile a quella ecclesiastica per la salvezza della città, come nella questione dei balli e del carnevale.

A ciò si aggiunga l’intolleranza di numerosi ecclesiastici, che già nel primo Concilio provinciale ebbero modo di accorgersi subito delle ferme intenzioni del Borromeo e della sua inflessibile volontà nel perseguire fino in fondo le direttive riformatrici del Concilio di Trento; da qui tutta una serie di attriti, che culmineranno nella ribellione dei canonici della Scala, nel complotto degli Umiliati, ma soprattutto nell’archibugiata sparata la sera del 26 ottobre 1569 contro S. Carlo, mentre pregava nella cappella privata dell’arcivescovado, miracolosamente fermata dal rocchetto dimostratosi più duro di una corazza; per non parlare poi degli insulti e dei dispetti riservati a S. Carlo da parte dei governatori di Milano: ci riferiamo sia a don Luis de Requesens y Zuniga, che con un proclama affisso sulle porte delle chiese dichiarava l’arcivescovo “cittadino indegno per convinzione della parte più sana della città”, sia a don Antonio Guzman y Zuniga, che arrivò al punto di sedersi in Duomo nel recinto riservato ai canonici, di far celebrare in rito romano nelle chiese dove si trovava, di tenere una schola cantorum privata, i cui componenti non vestivano gli abiti prescritti dal Borromeo.

Nonostante ciò, la gente comune, lontana dagli intrighi di palazzo, estranea alle dispute giuridiche, inesperta o indifferente di fronte alle diatribe tra potere laico e potere ecclesiastico, aumentava ogni giorno sempre più la propria stima e la propria fiducia verso il suo pastore, (al di là di certi eccessi, che lo rendevano figlio del suo tempo) per diversi motivi. La prima ragione è che i fedeli di Milano e campagne ebbero la possibilità con S. Carlo (1565) di avere una presenza pastorale stabile, che non avevano dal 1497, quando morì il predecessore (Arcimboldi). In secondo luogo la gente riconosceva nel volto del proprio arcivescovo, scavato dai lunghi digiuni, nelle sue parole sferzanti, nel suo coraggio radicale nell’opporsi ai potenti, nella sua durezza nel mettere in riga i sciuri, l’immagine di un uomo, che era riformatore di se stesso prima di esserlo per gli altri; i Milanesi in particolare furono testimoni del suo altruismo in occasione del flagello della peste del 1576, quando, a differenza del governatore spagnolo ,che fuggì a Vigevano, il Borromeo rimase in città, dando prova di zelo instancabile, di ardente carità, di grande senso pratico (fece costruire il lazzaretto, mandandovi come cappellani sacerdoti svizzeri fisicamente più resistenti, perché più frequente era il contagio nelle loro regioni, organizzò i soccorsi privandosi personalmente dei propri viveri e delle proprie ricchezze, tanto che la peste di tale periodo è definita “la peste di S. Carlo”). Né poteva dimenticare la gente come S.Carlo avesse fatto rifiorire la pietà popolare con le frequenti traslazioni delle reliquie dei santi, offrendo contemporaneamente delle occasioni di festa, senza degenerare nella licenziosità degli spettacoli pubblici del tempo; ma soprattutto non poteva dimenticare la gente comune “la memoria del suo pellegrinare instancabile di paese in paese, in pianura e sui monti, per raggiungere anche i più sparuti agglomerati dove ci fossero anime da visitare e da rincuorare. Era andato dappertutto, a piedi o su cavalcature, che spesso, per stanchezza o bizzarria, lo avevano fatto precipitare in burroni o nei fossati o semplicemente lungo la strada con pericolo per la vita”.

Tutto questo spiega perché il 3 novembre 1584, quando l’arcivescovo di Milano chiuse gli occhi per sempre, una moltitudine anonima di fedeli accompagnò fino in Duomo il suo pastore in silenzio, in preghiera, in lacrime e perché S. Carlo non volle essere sepolto in un sarcofago sfarzoso ma sotto terra, ai piedi dell’altare maggiore del Duomo, perché la gente, passando, lo avrebbe ricordato più facilmente. E la gente semplice lo ricorderà subito con grande rimpianto, se nel 1697 ad Arona provvederà ad innalzare una statua tuttora visibile, il S. Carlone, che con le sue gigantesche dimensioni resterà a testimoniare nei secoli il gigante della carità e della fede, che fu l’arcivescovo Borromeo.

Non sappiamo se anche una rappresentanza carughese abbia accompagnato il cardinale alla sua ultima dimora; di certo sappiamo che i Carughesi ebbero la possibilità di conoscere direttamente in vita S. Carlo il 17 novembre 1570 in occasione della Visita Pastorale, di cui ci restano dei preziosi documenti, importanti non solo dal punto di vista ecclesiastico, perché ci permettono di conoscere nei dettagli la struttura della nostra chiesa parrocchiale, compresa la pianta del XVI secolo, ma anche dal punto di vista urbanistico, perché ci consentono di apprendere informazioni interessanti su come era Carugo a quel tempo.

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Orario

Appuntamenti

Gio 23 Gen 16:45 - Gio 17:45
Catechesi 4° elementare - Carugo

Ven 24 Gen 21:00 -
Corso fidanzati
PERCORSO IN PREPARAZIONE AL MATR...
Sab 25 Gen 18:30 - Sab 19:15
S.Messa

Dom 26 Gen 08:00 -
SS.Messe ore 8:00 - 11:00 - 18:30

Dom 26 Gen 21:00 -
Corso fidanzati
PERCORSO IN PREPARAZIONE AL MATR...
Lun 27 Gen 09:30 - Lun 12:30
Iscrizioni Scuola dell’Infanzia Bambin Gesu’ Carugo
Dal 27 gennaio al 2 febbraio son...
Lun 27 Gen 15:00 - Lun 16:30
Iscrizioni Scuola dell’Infanzia Bambin Gesu’ Carugo
Dal 27 gennaio al 2 febbraio son...

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